Dal
discorso pronunciato da Sua Altezza Reale il Principe Carlo d'Inghilterra a
Torino, in occasione dell'ultima giornata di Terra Madre il 23/10/2004
Signore e Signori, non posso
dirvi quanto sia felice di essere qui con voi quest’oggi a partecipare a questo
confronto di vitale importanza per il futuro dell’agricoltura su piccola scala e
dei produttori di cibi artigianali di tutto il mondo.
Ho sempre creduto che l’agricoltura fosse non solo la più antica, ma anche la
più importante della attività umane. È il motore del lavoro rurale e costituisce
la base della cultura, nonché della civiltà stessa. Badate bene, non si tratta
di una visione romantica del passato: oggi il 60% dei 4 miliardi di persone che
abitano i paesi in via di sviluppo sta ancora lavorando la terra.
Così, quando mi capita di leggere
delle “visioni”, come quella elaborata per lo stato indiano di Andhra Pradesh,
basata sulla trasformazione delle economie agricole locali in fucine
dell’agricoltura tecnologica, incentrata sulla monocoltura, sui fertilizzanti di
sintesi, sui pesticidi e sugli ogm, il mio cuore si spezza. Quello che manca a
questi progetti è sempre la garanzia di condizioni di vita sostenibili:
l’assenza di essa aumenta il proliferare, già esistente e terribile, di città
degradate, poco funzionali e difficilmente gestibili.
Una risorsa di cui il
mondo in via di sviluppo è provvisto in abbondanza sono le persone. Perché
allora promuoviamo sistemi agricoli che ignorano questa ricchezza e che sono
destinati a incrementare la miseria e la perdita della dignità umana?
È triste notare che la prossima
crescita della popolazione globale netta, stimata in un miliardo di persone nei
prossimi 12-15 anni, avrà luogo nei bassifondi urbani del mondo. In un solo di
questi quartieri - di cui non dirò il nome perché si trova in un Paese che ho
molto a cuore - più di 800.000 persone, metà delle quali hanno meno di 15 anni,
vivono già illegalmente in meno di quattro chilometri quadrati della città.
Ancora più triste è questo pensiero: a cosa porteranno tali condizioni?
Probabilmente disperazione, crimine, estremismo e terrorismo. Chi si prenderà
cura di queste persone quando entreranno nel mercato globale?
Nonostante le migliori intenzioni di molti, dobbiamo
accettare il fatto che spesso la conseguenza della globalizzazione possono
peggiorare le nostre condizioni di vita. È facile parlare con convinzione del
bisogno di una “globalizzazione dal volto umano”, ma la realtà è spesso alquanto
diversa. Lasciata a svilupparsi da sola, temo che – ironicamente – la
globalizzazione potrebbe incrementare la povertà, le malattie e la fame nelle
città e la perdita di popolazioni rurali autosufficenti. Non credo che nessuno
dichiarerebbe di aver molte risposte, di tipo tecnologico o altro, riguardo
quello che potrebbe esser fatto per invertire il processo. Le 800.000 persone
dei bassifondi di cui ho parlato prima, non torneranno semplicemente dall’oggi
al domani alla loro terra d’origine, ma, sicuramente, il primo passo per porre
rimedio è esser disponibili a confrontarsi sia con le cause sia con l’entità del
problema - e questo richiede una globalizzazione della responsabilità.
È abbastanza conosciuta la mia posizione sui cibi GM.
Non credo, per esempio, che tutto sommato contribuiranno ad incrementare il bene
dell’umanità. Pensandola così, non sto facendo semplicemente il dogmatico. Credo
sia legittimo e importante domandarsi se la fiducia della gente nel potenziale
di queste e altre nuove tecnologie sia frutto di un ottimismo irreale o
piuttosto di una mega-pubblicità generata da soggetti interessati. Ma alla lunga
questi metodi risolveranno realmente i problemi dell’umanità o ne creeranno di
nuovi? E come li regoleremo con efficienza? Ci sono un gran numero di esempi,
fatti in passato, di metodologie utilizzate per controllare gli insetti nocivi o
per migliorare l’ambiente che poi si sono rivelate dei veri e propri disastri. E
sono convinto che non abbiamo imparato la lezione, perché “manipolare la Natura
è un business pericoloso”.
Anche se sottovalutiamo i potenziali effetti di
questo disastro, ci domandiamo se questa sia la direzione giusta da
intraprendere. Se negli ultimi 15 anni tutti gli investimenti in biotecnologie
agricole fossero stati utilizzati per studiare tecniche convenzionali
sostenibili credo che avremmo assistito a straordinari progressi nelle campagne.
Il problema, forse, è che tecniche come la rotazione
delle colture, la fertilizzazione naturale e la disinfestazione biologica
offrono una prospettiva commerciale meno allettante agli occhi degli
investitori. Le persone che ne guadagnerebbero sono i tanto derisi praticanti
della cosiddetta “agricoltura contadina”, che hanno molti pochi soldi, ma che
sono i veri guardiani della biodiversità.
Uno degli argomenti utilizzati dagli “industriali dei
campi” è che solo attraverso la massificazione saremo in grado di sfamare la
popolazione mondiale. Ma anche senza investimenti significativi, e spesso
subendo disapprovazioni ufficiali, pratiche biologiche migliorative hanno
aumentato notevolmente i raccolti. Uno studio recente della FAO ha rilevato che
in Bolivia le produzioni di patate sono aumentate dalle quattro alle quindici
tonnellate per ettaro. A Cuba le produzioni di verdure di orti biologici sono
quasi raddoppiate. In Etiopia, che 20 anni fa soffriva la fame in modo
disastroso, la produzione di patate dolci è passata da sei a trenta tonnellate
per ettaro. In Kenya la produzione di mais è cresciuta da 2,75 a 9 tonnellate
per ettaro. E in Pakistan, la produzione di mango è passata da 7,5 a 22
tonnellate per ettaro.
Imporre sistemi di coltivazione industriale a
economie agricole tradizionali significa distruggere il capitale sia biologico
sia sociale ed eliminare l’identità culturale, che ha le sue origini nella
lavorazione della terra; significa anche accelerare spaventosamente
l’urbanizzazione mondiale e togliere a una grande fetta di umanità un contatto
significativo con la natura e il cibo di cui essa si nutre.
La “fuga dalla terra” sta avvenendo sia in Paesi
sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Sfortunatamente queste tendenze
verso l’urbanizzazione saranno quasi inevitabili finché le comunità del mondo
continueranno a sottovalutare i loro alimenti, considerando il cibo una sorta di
“combustibile” e tradendo la loro fiducia per gli agricoltori locali.
Ma c’è anche un’altra conseguenza. C’è ora una serie
di indizi che suggeriscono che nei cosiddetti paesi sviluppati stiano
peggiorando le condizioni alimentari delle fasce disagiate: una generazione che
è cresciuta con cibi prodotti da coltivazioni altamente intensive e per cui il
futuro appare particolarmente cupo, da un punto di vista sia sociale che
sanitario.
Come ha messo in evidenza Eric Schlosser nel suo
brillante libro Fast Food Nation, il fast food è un fenomeno recente. Questa
straordinaria centralizzazione ed industrializzazione del nostro sistema
alimentare è avvenuto negli ultimi vent’anni. Il fast food povero è un cibo
economico. Ma questo è perché si escludono gli enormi costi ecologici e sociali
dai calcoli. Qualsiasi analisi dei costi reali dovrebbe tener conto di elementi
quali l’insorgere di nuovi patogeni come l’E. coli 0157, resistente ormai agli
antibiotici a causa di un uso eccessivo di farmaci nei mangimi, per non parlare
del diffuso inquinamento delle acque provenienti dai sistemi agricoli intensivi.
Questi oneri non sono incorporati nei prezzi che paghiamo nei fast food, ma ciò
non significa che la nostra società non li paghi. Forse, dette tutte queste
cose, potete iniziare e capire perché sono un gran ammiratore del movimento Slow
Food e di tutte le persone che vi lavorano seriamente con tenacia e indipendenza
in tutto il Mondo.
Qualche anno fa sarebbe stato impossibile immaginare
che così tante persone di tutto il pianeta, direttamente o indirettamente
coinvolte nella produzione alimentare artigianale o interessate al consumo dei
frutti di questo lavoro, potessero riunirsi in questo modo.
Slow food vuol dire cibo tradizionale. È anche cibo locale – e la cucina locale
è uno dei modi più importanti con cui identifichiamo con il luogo o regione in
cui viviamo. E’ la stessa cosa con gli edifici dei nostri paesi, le nostre città
e villaggi. Luoghi ben progettati ed edifici, che hanno un rapporto con il
territorio e il paesaggio e che mettono le persone prima delle vetture
arricchiscono tutti noi donandoci un senso di fratellanza e di comune origine.
Tutte queste cose sono collegate. Non vogliamo più vivere in blocchi di cemento
che si possono trovare in qualsiasi luogo del mondo così come non vogliamo
mangiare cibo anonimo e scadente che può esser acquistato ovunque. Alla fine
della giornata i valori come sostenibilità, comunità, salute e gusto sono più
importanti della convenienza.
Slow Food si preoccupa di celebrare la cultura del cibo e di divulgare le
conoscenze straordinarie – acquisite nei millenni- sulle produzioni tradizionali
di cibo di qualità. Quindi è importante chiedere come questo incontro possa
promuovere quegli ideali su scala più vasta, in particolare quando dobbiamo
confrontarci con la fenomeni come la globalizzazione.
Credo che voi siate in una posizione migliore della
mia per rispondere a questa domanda, ma per quanto vale, credo che semplicemente
riunendoci e condividendo idee, partecipando al movimento internazionale Slow
Food e incontri di questo tipo, le risposte verranno, come dire, naturalmente!
Su questo tema mi sembra che altre grandi
associazioni gastronomiche, di cui sono membro, il movimento biologico, ad
esempio, abbiano tante cose in comune con Slow Food e questa condivisione di
obiettivi dovrebbe essere una fonte ulteriore per lavorare insieme.
Potrei sbagliarmi ma mi sembra che partecipare a un evento del genere possa
generare dell’ottimismo e che la gente si possa giovare del consumo di prodotti
genuini. Questo può accadere in una mensa scolastica o a un incontro con un
produttori di cibo artigianale o anche solo sentendosi raccontare più cose
sull’agricoltura sostenibile e sui benefici nutrizionali del cibo artigianale.
Le persone toccate da questi concetti ed ispirate da un’esperienza del genere
sicuramente vorranno immediatamente partecipare a un movimento come il vostro
che porti a un reale cambiamento. L’importanza di Slow Food e di voi non può
esser abbastanza sottolineato. E’ per questo, dopo tutto, che io sono qui- per
provare ad attirare l’attenzione su questo evento, perché in determinate
circostanze “piccolo sarà sempre bello” e per ricordare alla gente, come fece
John Ruskin, che “un’industria senza arte è brutale”. Dopo tutto, gli alimenti
che voi producete sono molto più di semplice cibo, poiché rappresentano
un’intera cultura. La zootecnia, la lotta contro gli elementi della natura,
l’amore per il paesaggio, i ricordi d’infanzia, la saggezza imparata dai nonni e
parenti, la comprensione intima delle condizioni climatiche locali, le speranze
e i timori delle generazioni che seguono sono elementi imprescindibili.
Rappresentate l’agricoltura genuina e sostenibile e per questo io vi saluto.