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Insegnamento e Valutazioni

 

Un proverbio dice che “chi sa fa, chi non sa insegna”. E’ un po’ riduttivo se analizziamo veramente cosa vuol dire insegnare.

Il dizionario recita: 1-esporre e spiegare in modo progressivo una disciplina, un’arte, un mestiere a qualcuno perché li apprenda; 2-Cercare di plasmare o modificare il comportamento di qualcuno, specialmente basandosi su regole morali e fungendo da esempio; 3-indicare, mostrare; 4-rendere esperto, dotto”.

Si presume quindi che il docente abbia esperienza e conoscenza da trasmettere  a qualcun altro che abbia interesse a conoscere o apprendere un’arte o un mestiere.

Non va trascurata la progressività nell’”esporre e spiegare” affinché il discente abbia modo di incamerare le informazioni assimilando l’esperienza del docente.

L’insegnamento è perciò una forma di comunicazione che si deve stabilire tra due soggetti: il primo deve dimostrare carisma e competenza, il secondo deve avere la volontà di sperimentare ciò che sente, sia pure soltanto teoricamente.

In questo periodo tutto l’ordinamento scolastico è in subbuglio per via della riforma scolastica che coinvolge le scuole di ogni grado. Purtroppo la forte caratterizzazione politica dell’evento, non consente ai più di afferrare il effetto di tale riforma: Il ciclo di scuola dell’obbligo si estende, le superiori si dividono in due filoni: studi classici e istituti professionali; L’università offre corsi di laurea breve e dottorati. Le forme di fruizione si ampliano con un ruolo non trascurabile dell’insegnamento a distanza o e-learning.

Se aggiungiamo che il Web mette a disposizione qualsiasi informazione, basta saperla cercare, sembrerebbe che ci si può istruire in qualsiasi modo, purché lo si voglia. Purtroppo non è proprio così. A volte troppe informazioni disorientano e senza la capacità di distinguere tra cultura e informazioni spazzatura, si finisce con l’ascoltare tutti senza formarsi mai una propria opinione.

L’altro aspetto mortificante è il bisogno di certificazione. Sono sempre esistiti i concorsi per titoli ed esami, ma una cosa è un titolo di studio conseguito dopo un ciclo di studi regolare, altra cosa è privilegiare qualcuno perché ha partecipato ad un convegno o ad una fiera bovina.  E’ umano che un ciclo di studi venga finalizzato all’ottenimento di un titolo, ma quanto la priorità dell’ottenimento del titolo condiziona il modo di studiare.  Ecco sono stati fatti dibatti di fuoco sul numero di ore di insegnamento alle elementari, sulla possibilità di migrare dagli studi classici a quelli professionali e viceversa, dando per scontato che il sistema dei crediti scolastici sia una cosa corretta. Lo studente deve raccogliere un certo numero di punti per ritirare un premio: la promozione; molto simile alla valigia che regala il supermercato o un benzinaio ai clienti più fedeli.

Non vorrei essere frainteso, questo non è un discorso politico, ma la ricerca di quale sarebbe la scuola o la formazione continua ideale.

Una bella risposta l’ho trovata in testo favoloso “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig.

Ne riporto fedelmente alcuni passi della parte terza,  perché rendono veramente l’idea:

….Fedro si era dato a grandi innovazioni. Aveva avuto dei problemi con gli studenti che non avevano niente da dire: in un primo momento aveva pensato che fossero pigri, ma poi dovette ricredersi. Non trovavano niente da dire e basta.

Una di loro, una ragazza con gli occhiali dalle lenti spesse, voleva scrivere una relazione di cinquecento parole sugli Stati Uniti. Fedro, prevedendo lo smarrimento che un proposito del genere le avrebbe causato, le suggerì, senza ombra di ironia, di limitare l’argomento a Bozeman.

Quando venne il momento di consegnare la relazione la ragazza non la portò; era molto turbata. Si era scervellata, ma non aveva trovato niente da dire.

Fedro aveva già parlato di lei con i suoi insegnanti precedenti, che gli avevano confermato che la ragazza era molto seria, disciplinata e studiosa, ma estremamente ottusa, assolutamente priva di qualsiasi scintilla di creatività. I suoi occhi, dietro le lenti spesse, erano quelli di una secchiona. Ed era sconvolta della sua incapacità in modo disarmante, al punto che per un attimo nemmeno lui trovò niente da dire: Poi se ne uscì con una proposta bizzarra: <Limiti l’argomento alla strada principale di Bozeman>. Fu un lampo di genio.

La ragazza annuì docilmente e uscì. Ma subito prima che cominciasse la lezione successiva fedro se la trovò davanti in lacrime, angosciata da qualcosa che covava già da tempo. Ancora una volta non trovava niente da dire. Non capiva perché, se non le veniva in mente niente su tutta Bozeman, le dovesse riuscire di pensare qualcosa su una sola strada.

Fedro era furioso. <lei non guarda!> le gridò. Si ricordò della propria espulsione dall’Università perché aveva troppo da dire. Per ogni fatto c’è un’infinità di ipotesi. Più si guarda, più si vede. La ragazza non guardava affatto, eppure, chissà perché, questo non le era chiaro.

<Limiti l’argomento alla facciata di un edificio della strada principale di Bozeman. L’Opera House. Incominci col mattone in alto a sinistra>.

Dietro gli occhiali gli occhi della ragazza si spalancarono.

Arrivò alla lezione successiva con l’aria confusa e gli consegno una relazione di cinquemila parole sulla facciata dell’Opera House. <Mi sono seduta al chiosco degli hamburger lì di fronte,> gli disse <e ho incominciato a descrivere il primo mattone, poi il secondo, e, una volta arrivata al terzo, mi veniva tutto facile e non riuscivo più a smettere. Gli altri credevano che fossi matta e continuavano a prendermi in giro, ma ecco qua. Non riesco a capire>.

E nemmeno lui, ma nelle sue lunghe passeggiate per le strade della città ci ripensò e concluse che evidentemente la ragazza era vittima dello stesso blocco che aveva paralizzato lui il primo giorno di insegnamento. Era bloccata perché cercava di ripetere cose già sentite, proprio come lui il primo giorno aveva cercato di dire quello che aveva già deciso di dire. E alla ragazza non veniva in mente niente perché nulla di quello ce ricordava valeva la pena di essere ripetuto. Stranamente non si rendeva conto che poteva guardare le cose coi propri occhi senza tener conto di quello che avevano detto gli altri. L’aver limitato l’argomento a un solo mattone aveva annientato il blocco, perché in quel caso le osservazioni non potevano essere che sue.

Fedro si spinse più in là. Una volta fece scrivere per tutta l’ora a proposito del dorso del loro pollice…. All’inizio lo guardarono male, ma tutti svolsero il tema senza una sola lamentela sul <non aver niente da dire>.

.Durante un’altra lezione Fedro diede per tema una moneta; ottenne un’ora intera di lavoro da ogni studente. Lo steso accadde in altre lezioni. Qualcuno domandò: <Dobbiamo descrivere ttte e due le facce?>. Una volta entrati nell’ordine di idee di vedere le cose con i propri occhi, gli studenti si accorsero che non c’era limite a quel che potevano dire. Inoltre era un’esercitazione che rafforzava la loro fiducia in se stessi, perché quello che scrivevano, per quanto banale in apparenza, era farina del loro sacco. L elezioni in cui Fedro si valse di questa esercitazione sulla moneta divennero sempre meno impacciate e più interessanti.

In seguito ai suoi esperimenti,  Fedro arrivò alla conclusione che l’imitazione era un male che andava estirpato prima di incominciare l’insegnamento vero e proprio della retorica. I bambini piccoli non sapevamo neanche che cosa fosse: probabilmente era un prodotto della scuola stessa.

Sembrava la cosa più sensata, e più Fedro ci pensava più gli sembrava vera. La scuola insegna ad imitare. Se non si imita l’insegnante si prende un brutto voto. Qui al College, evidentemente, lo si faceva in modo più artificioso, senza averne l’aria, dando ad intendere all’insegnante di aver colto l’essenza del suo insegnamento per svilupparla con idee proprie. Era così che si conquistava il massimo dei voti. L’originalità, invece, era un’incognita, poteva anche portare  alla bocciatura. Tutto il sistema di votazione metteva in guardia contro di essa.

Fedro discusse il problema con un professore di psicologia che viveva accanto a lui, un insegnante estremamente fantasioso. <E’ vero> gli rispose <Elimina tutto il sistema dei voti e dei diplomi e avrai una vera e propria istruzione>.

Fedro ci pensò su , e quando qualche settimana dopo una studentessa molto brillante si trovò in difficoltà sulla scelta di un argomento per un’esercitazione trimestrale, lui le suggerì ritrattare il problema dei voti. Sulle prime il tema non piacque, ma acconsentì ugualmente.

In capo a una settimana la ragazza ne parlava con tutti, e in due settimane aveva sviluppato uno svolgimento superbo. Gli studenti di fronte ai quali lo lesse non avevano però dalla loro due settimane di riflessione sull’argomento, ed erano piuttosto ostili all’idea di eliminare voti e diplomi. Questo non le fece né caldo né freddo, anzi la sua voce assunse un fervore religioso. Pregò i compagni  di ascoltare, di capire che era davvero giusto. <Non lo dico per lui,> disse lanciando un’occhiata a Fedro <ma per voi>.

Il tono di quella studentessa fece a Fedro una grande impressione, rafforzata dal fatto che i suoi esami di ammissione al College erano stati tra i più brillanti della classe. Nel trimestre successivo, insegnando <prosa persuasiva>, Fedro scelse lo stesso argomento, e su di esso compose un pezzo di prosa persuasiva che elaborò giorno per giorno davanti agli studenti e col loro aiuto.

Si valse di questo espediente per evitare di parlare in termini di principi di composizione, sui quali nutriva profondi dubbi. Aveva l’impressione che sottoponendo agli studenti le proprie frase man mano che le creava, con tutti i dubbi, i ripensamenti e le cancellature, avrebbero fornito loro un quadro più onesto del lavoro dello scrittore.

Questa volta sviluppò la tesi secondo la quale tutto il sistema dei voti e dei diplomi dovesse essere eliminato, e per far sì che gli studenti si sentissero coinvolti eliminò tutte le votazioni fino alla fine del trimestre.”

(fonte: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig)

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"Siamo Uomini o Caporali"  è una celebre frase di Totò

 

 ultimo aggiornamento: 11-Oct-2010