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eBook del PM - Siamo Uomini o Caporali ?

 
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I ciechi e l'elefante

Di questa storia ne esistono molte versioni, provo a riportarvi la versione più simpatica.

Tanto tempo fa in India, nel parco di Anatapindika, presso Savatthi dei dotti litigavano furiosamente. Ognuno era così convinto di essere dalla parte della ragione che neanche ascoltava quello che l’altro aveva da dire e appena si accorgeva che voleva dire qualcosa di diverso lo offendeva dicendo: «È giusto come la penso io, la tua idea è sbagliata». E l’altro lo stesso: «Ma che dici? La mia è l’idea giusta, è la tua che è sbagliata». E litigavano.

Uno diceva che l’universo è immenso, così grande che praticamente l’universo è infinito. Ma l’altro  diceva che invece il mondo è finito e faceva un disegno del villaggio in cui vivevano. C’era chi diceva che gli animali hanno un’anima e chi diceva di no. Uno che il tempo non ha né un inizio e né una fine e l’altro iniziava a contare «uno due tre… mille… vedi che si può contare il tempo? Quindi se si può contare con i numeri a un certo punto finirà!»

Nonostante fossero tutte persone molto colte e istruite ognuno usava la sua sapienza per offendere l’altro con le parole.

Uno diceva: «Sei uno stupido. La terra gira», altro «no, sta ferma». E l’altro: «Se gira allora tutto dovrebbe cambiare sempre». Poi si davano dello sciocco perché per uno la terra era rotonda e per un altro piatta. Insomma regnava una grande confusione.

 Ma per fortuna tra tutti i saggi ce n’era uno di gran lunga più saggio. Tanto saggio da non cadere nei facili tranelli delle discussioni, da vivere in disparte e con modestia ma sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona.

Questa sua serenità lo rendeva ancora più saggio ed era da tutti riconosciuto come un saggio dei saggi. Anzi diciamo pure il saggio per eccellenza. Ma saputo di quello strano conflitto, si era molto contrariato perché riteneva ridicolo che  persone così intelligenti non riuscissero a trovare un accordo sulla verità e che fossero convinte che la loro verità fosse così giusta da offendere gli altri. Avrebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa diceva l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a capire.

La storia che gli raccontò era quella di un gruppo di ciechi e di un elefante, e  diceva così.

""Cari monaci, un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi.

Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale.

Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia?

E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio.

Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto.

Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare.

 Naturalmente se uno diceva un mantice e l’altro una caldaia volavano gli insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva sentito toccando la parte del corpo dell’elefante.

Il re vedendoli così convinti della loro sicurezza e litigiosi si divertiva un mondo.

Ma alla fine decise di aiutarli a capire, e a due a due li invitava a toccare quello che aveva toccato l’altro e a chiedergli a cosa somigliasse. Così tutti dicevano quello che sosteneva l’altro e si invertivano i ruoli. Come se fosse stato un gioco li invitò a parlare tra di loro e alla fine tutti si formarono l’idea di come in realtà l’elefante fosse.

Tutti furono d’accordo che l'elefante era un mantice con un ramo di un albero nel mezzo e a lato un aratro con due tappeti sopra un granaio sostenuto da colonne e tirato da una fune di barca.""

Dopo che il saggio Maestro ebbe finito di raccontare questa storia disse:

«Miei saggi discepoli voi fate la stessa cosa. Non sapete ciò che è giusto e ciò che è sbagliato né ciò che è bene e ciò che è male e per questo litigate, vi accapigliate e vi insultate. Se ognuno di voi parlasse e ascoltasse l’altro contemporaneamente la verità vi apparirebbe come una anche se ha molte forme».

Se in questa storia, doveste riconoscere qualche  personaggio attuale, il fatto è del tutto casuale.

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"Siamo Uomini o Caporali"  è una celebre frase di Totò

 

 ultimo aggiornamento: 11-Oct-2010