Il Valore della Qualità
Qualità è valore?
Il professor Alessandro Nova dell’Università Bocconi ha condotto
uno studio approfondito sul valore della qualità, pubblicando un saggio dal
titolo “Qualità è valore – gli aspetti economici
della qualità” .
L'analisi prodotta su circa 10.000 aziende certificate, offre uno
spaccato per fatturato, popolazione, attività economica, classi dimensionali
(piccole, medie e grandi), zone geografiche, attività economica, etc. dallo
studio emerge che non sempre la certificazione in se stessa è foriera di
valore, però produce sicuramente una certa sensibilizzazione al miglioramento.
L'approccio è puramente statistico e limitandosi all'aspetto finanziario non può
giustificare i risultati di tutti i contesti.
Il saggio si propone di verificare l’effetto economico delle certificazioni di
qualità nelle imprese italiane. Lo studio del campione ha richiesto la
normalizzazione di una ingente mole di dati, relativi a:
-
106.385 società di
capitale;
-
45.199 nominativi
censiti da SINCERT al 31 10 2002;
-
36.096 imprese
escludendo i duplicati;
-
di cui 32.532 solo
imprese di capitale.
Con una serie di incroci con la banca dati dell’Università Cattolica di Milano,
contente 186.800 nominativi, ed escludendo le ricorrenze non significative, è
stato individuato un campione di 10.078 imprese certificate, sul quale
effettuare lo studio. Il campione è stato analizzato in base a molti fattori tra
cui:
-
Numerosità e valore del fatturato
-
Distribuzione del fatturato e della popolazione per attività
economica
-
Ripartizione per classi dimensionali (piccole, medie e grandi)
-
Ripartizione per zone geografiche
-
Ripartizione per attività economica.
Le principali caratteristiche prese in considerazione per le tre classi
dimensionali sono state:
-
% imprese
-
% fatturato
-
fatturato medio
-
fatturato pro-capite
-
% ROI medio
-
% ROS medio
-
% dipendenti.
Ne è risultato un’interessante spaccato delle imprese certificate, dove senza
sorpresa appare che numericamente le imprese certificate sono così distribuite
sul territorio italiano:
-
il 72,02% al Nord,
-
il 17,46% al Centro,
-
ed il 10,52% al Sud.
Il fatturato è ancora più sbilanciato e cioè:
-
il 68,8% al Nord,
-
il 27,6% al Centro,
-
e solo il 3,7% al Sud.
La parte del leone la fanno Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
La redditività pro-capite pari a 281,1 come media nazionale risulta pari a:
-
250,1 al Nord,
-
495,0 al Centro,
-
e 143,1 al Sud.
La stessa redditività per classi dimensionali risulta pari a:
Numerose altre tabelle analizzano in dettaglio la distribuzione dei maggiori
indicatori economici, dando uno spaccato interessantissimo dell’impiego di
risorse sul territorio italiano.
E’ interessante osservare la distribuzione dell’anno di costituzione delle
imprese del campione e la frequenza cumulata delle imprese certificate per anno
di nascita.
Il fenomeno delle imprese certificate è iniziato nel 1980 e la maggior parte
delle imprese certificate sono nate nel decennio 1980-1990. In sostanza la
maggior parte delle imprese certificate hanno meno di 20 anni e precisamente il
51,4% del campione è nata dopo il 1981.
Negli ultimi anni si registra un forte rallentamento delle certificazioni,
dovuto alla necessità delle imprese nuove di raggiungere una certa dimensione
per i mercati che la richiedono.
Apparentemente sembravano le imprese più anziane le più propense alla
certificazione, invece è emerso che quelle più giovani, essendo più innovative
sono più orientate maggiormente alla qualità ed all’efficienza o semplicemente
sono più a caccia di un segno distintivo come appare la certificazione.
E’ stato anche ipotizzato che l’età non c’entri niente con la propensione alla
certificazione.
La prima parte dello studio si conclude, analizzando il rapporto tra imprese
certificate nate nell’anno e la totalità delle imprese nate nell’anno:
Questo valore rappresenta anche l’attività di certificazione di ogni anno. Il
rapporto negli anni 1985-1989 superava anche il 4%, invece dal 1998 al 2000 è
sceso sotto l’1% e precisamente (0,88%, 0,49% e 0,12%), paragonabile ai valori
degli anni ’60.
L’interpretazione (dell’autore) è che la certificazione rappresenta uno
stadio di sviluppo e maturazione culturale dell’impresa. Prima si sviluppano le
dimensioni e poi si fa il “salto di qualità”. Mentre la tendenza decrescente dal
2000 sembra arrestarsi, ed è giustificato dalla scarsità di nascite di nuove
imprese, unita alla maggiore vocazione tecnologica rispetto a quelle del
passato, per cui la certificazione è una condizio sine qua non per lo
svolgimento della propria attività.
Analisi e interpretazioni dei
risultati
La seconda parte dello studio cerca di rispondere alla domanda:
esiste un effetto di maggior
performance indotto dalla certificazione?
La prima risposta sommaria è: “Le imprese certificate mostrano in media
(aritmetica) un differenziale di redditività sul capitale investito operativo
rispetto al corrispondente dato settoriale, pari allo 0,334%, ovvero pari a
3,76% del ROI medio registrato dal totale delle imprese analizzate nel lavoro.”
Seguono una serie di analisi della varianza per valutare se l’appartenenza o
meno al gruppo delle imprese certificate porta ad una performance differenziale
attribuibile, statisticamente, proprio a questa appartenenza e non ad altri
fattori.
In generale sembra che il rendimento del capitale investito (rispetto alla media
settoriale) tenda ad essere a favore delle imprese certificate. L’analisi
effettuata per i fattori considerati e per settori merceologici dà risultati
contrastanti, per cui la maggiore performance delle imprese certificate non è
immediatamente riscontrabile, ma occorre fare particolari considerazioni
aggiuntive per giustificarla.
In generale l’effetto della certificazione si vede soltanto dopo un periodo di
“entrata a regime” e che i risultati sono stati:
-
disomogenei per le imprese
costituite prima del 1972,
-
positivi per quelle costituite tra
il 1973 e il 1992, e
-
nettamente negative per quelle
costituite dal 1993 al 2000.
L ’ultimo dato è giustificato dalle tante ristrutturazioni avvenute nel
periodo o dalle tante fasi di start-up delle nuove imprese.
Dal modello è emerso che la prima ondata di certificazioni ha riguardato:
-
le aziende più anziane del Nord,
-
poi quelle più piccole, più recenti e meno stabili, collocate
maggiormente nel Centro Sud.
Lo studio lascia intendere che, in ogni caso, un sistema di qualità certificato
rappresenta un valore di crescita del valore aziendale, anche se il suo processo
di sviluppo ed implementazione ha un costo a volte più elevato dei ritorni
immediati.
Con rigore professionale lo studio, attraverso un campione ridotto a 113 imprese
di cui 19 di grandi dimensioni, ha rilevato la soddisfazione delle imprese nel
processo di certificazione. Il risultato è che:
-
almeno il 60% dimostra interesse elevato in ciò che ha
implementato,
-
un 20% un interesse medio ed
-
un altro 20% un interesse ridotto o nullo.
Queste imprese erano:
-
il 14% erano già a livello Vision,
-
il 38% lo ha appena implementato ed
-
il 48% è in fase di migrazione a Vision.
Conclusioni dello studio
Le conclusioni
finali dello studio sono che:
-
la
certificazione di qualità rappresenta soltanto “uno” dei numerosi elementi che
influenzano la performance della singola impresa;
-
l’effetto economico della certificazione rappresenta soltanto una delle
componenti che concorrono a determinare il valore aziendale;
-
la
certificazione genera effettivamente le condizioni per una performance
mediamente più elevata, contribuendo a creare valore per l’impresa;
-
l’effetto medio di performance è differenziato tra i diversi raggruppamenti di
imprese, ma anche tra le diverse imprese e non sempre mostra un segno
positivo;
-
il
vantaggio generale offerto dalla certificazione non vale allo stesso modo per
tutti i settori, per tutte le dimensioni d’impresa e per le localizzazioni
geografiche;
-
anche se la certificazione fornisce una base competitiva, non sempre il
vantaggio è sufficiente a controbilanciare lo svantaggio strutturale estraneo
alla certificazione stessa;
-
le
imprese che possono trarre maggiori vantaggi dalla certificazione sono quelle
di dimensioni medie;
-
la
certificazione di qualità non deve essere considerata una “panacea”, anche se
è una forte arma competitiva che vale la pena utilizzare;
-
è
necessaria una stretta associazione tra il “contenuto” e la “modalità” di
applicazione dei processi aziendali.
Lezione appresa
L’analisi statistica se applicata fino in fondo fornisce un sacco di
informazioni. A volte può dare anche cattive notizie. L’importante è sapere in
tempo cosa sta accadendo. E questo saggio meriterebbe essere riletto più volte,
ed utilizzato per analisi settoriali e dimensionali, perché contiene sicuramente
il dato che stiamo cercando. L’interpretazione del dato è soggettivo e solo
l’esperienza consente di valutarne la valenza. Lo studio è un chiaro segnale che
la certificazione della qualità a se stante non necessariamente porta valore o
che è difficile determinarlo. La certificazione della qualità si deve combinare
con gli altri processi aziendali per avere senso, perciò il suo valore non può
essere individuato soltanto con la statistica.
Molti si sono cimentati nel definire il valore della qualità o semplicemente
hanno provato a darne una definizione.
Un esempio eclatante lo fornisce Robert Pirsig,
autore del best seller americano “Lo Zen e
l’arte della manutenzione della motocicletta”, scritto nel
lontano 1974. Ritornando sull’argomento nel 1991, in “Lila”
il suo secondo libro afferma:
“A qualsiasi scuola filosofica si appartenga, è sufficiente
sedersi su una stufa rovente per verificare che ci si trova in una condizione a
basso livello qualitativo e che il valore
della propria posizione è di segno negativo. Tale basso livello di qualità è
un’esperienza. Non un giudizio su una esperienza. Dunque suscettibile di
previsione, di verifica e prevedibile. E’ l’esperienza meno ambigua e più
univoca che ci sia. In un secondo si potrà passare a una descrizione di questo
basso livello mediante l’emissione di alcune imprecazioni, ma il valore verrà
sempre primo, le imprecazioni per seconde. In assenza del basso valore, che è
primario, non si daranno le imprecazioni, che sono secondarie. ……….
La nostra cultura ci insegna che è la stufa arroventata a causare
direttamente le imprecazioni. Ci insegna che il basso valore è una proprietà
della persona che proferisce le imprecazioni.
Invece no. Il valore si situa a metà tra la stufa e le
imprecazioni. A metà tra il soggetto e l’oggetto c’è il valore. E’ più reale
della stufa. Se la causa del basso livello qualitativo sia la stufa oppure
qualcos’altro ancora non lo sappiamo con certezza. Ma che la qualità sia
scadente questo è assolutamente certo. E’ la realtà empirica primaria a partire
dalla quale verranno in seguito costruiti intellettualmente le stufe e il calore
e le imprecazioni e il sé…..
I valori non appartengono né ai soggetti né agli oggetti. Sono
una categoria a parte.”
Robert Pirsig, dopo aver studiato la qualità per oltre 20 anni, sembra
soddisfatto di questa metafora e fornisce anche una conclusione attraverso la
Metafisica della Qualità, dicendo:
“Prendere la categoria Qualità e dimostrare come essa contenga in sé sia i
soggetti sia gli oggetti. Se si parte dall’assunto che la Qualità è la prima
realtà empirica del mondo tutto diventa molto più coerente, stupendamente più
coerente… solo che dimostrarlo non era uno scherzo”.
La lezione appresa è che la qualità è una percezione umana, facile da
individuare quando è scadente, perché determina un disagio. Invece, voler
determinare il valore della “buona” qualità, attribuibile solo ai processi della
qualità, diventa molto difficile ed il professor Nova lo ha dimostrato
ampiamente.
Ciò che la lettura del saggio del prof. Nova insegna è che la statistica può
far emergere i problemi, ma non è in grado di risolverli, può al massimo aiutare
a capirli. Un problema di qualità insufficiente o scadente va affrontato con
progetti seri, coinvolgendo tutti gli attori e motivando le persone a
migliorarsi quotidianamente e non in modo coatto. Questo è il motivo per cui mi
piacerebbe che si cominciasse a parlare di Qualità
Concreta™.